La visione di insieme delle cose – Il survival bias
Riflettevo sul survival bias, ossia la distorsione cognitiva per la quale tendiamo a non considerare gli insuccessi. Uno degli innumerevoli, rigidi processi di pensiero con i quali arriviamo a dare una rappresentazione parziale e viziata della realtà a partire da un numero insufficiente di informazioni.
Il matematico ungherese Abraham Wald (1902-1950), già ricercatore presso la Columbia University, aveva ben chiaro questo problema nel momento in cui l’aviazione chiese il suo aiuto per limitare le ingenti perdite legate alla seconda guerra mondiale.
La contraerea nemica, in quei mesi, abbatteva un numero insostenibile di bombardieri. Alcuni velivoli, malmessi, rientravano alla base con ali e altre parti sensibili della carlinga crivellate dai colpi. Fino a quel momento i ricercatori avevano proposto, senza successo, di aggiungere protezioni alle porzioni più danneggiate in modo da irrobustirle, con il risultato di renderli goffi e pesanti.
Wald propose di fare il contrario.
Nessuno prima di lui aveva tenuto conto dei bombardieri abbattuti e mai rientrati alla base militare: aerei dispersi, dilaniati e fatti a pezzi e che pertanto non avevano potuto raccontare, con le loro carcasse, una storia diversa.
Ecco la visione di insieme delle cose.
Le parti crivellate dai proiettili non erano le più fragili: al contrario erano quelle che potevano essere danneggiate senza impedire comunque all’aereo di volare e di fare ritorno a casa.
Quelle che si presentavo perfettamente integre negli aerei sopravvissuti, invece, erano quelle più delicate e che non lasciavano scampo. Pochi colpi – forse uno soltanto – in una di queste, e l’aereo sarebbe precipitato. Erano queste parti le responsabili della carneficina. Era qui che bisognava aggiungere le protezioni: dove in apparenza non ve ne era bisogno.
Questa cecità selettiva, questa incapacità di vedere ciò che delinea i margini di una immaginaria coppa di Rubin, permea da decenni opinioni e commenti su qualsiasi tematica, scientifica e non. Se il bias aveva ingannato persino l’esercito durante la seconda guerra mondiale, non c’è da stupirci se la mancanza di pensiero critico sia una tempesta inarrestabile che da sempre travolge tutto ciò che incontra sulla propria strada: oggi i vaccini, le accuse alla medicina “ufficiale”, prima ancora il divieto di fumo, l’uso delle cinture di sicurezza, l’obbligo del casco. Dato che al destino piace ripetersi e procedere in modo circolare, ognuno di noi potrà trovare esempi simili in tempi e circostanze diverse: in tutti i casi ciò che viene a mancare è la storia di chi non c’è più e di chi non è tornato a raccontarla, di chi si è schiantato al suolo durante il viaggio di ritorno e non ha potuto dire agli altri “Ehi, è qui che mi hanno colpito e dove dovete proteggervi! Fatelo per l’amor del cielo!”.
Facendo un passo verso l’interno, mi sono chiesto cosa succede quando l’oggetto del survival bias diventiamo noi stessi, conseguenza quasi inevitabile dell’impossibilità di avere una visione di insieme chiara ed oggettiva del nostro animo.
Quante volte abbiamo commesso l’errore, traumaUn insulto fisico a carico di una o più parti del corpo. dopo traumaUn insulto fisico a carico di una o più parti del corpo., guerra dopo guerra, di considerare le parti di noi maggiormente danneggiate come quelle più fragili, aggiungendo corazze su corazze a sfumature dell’animo che, in realtà, non ne avrebbero avuto bisogno, fino a trasformarci in pesanti e goffi carri armati volanti.
Chissà quante volte ci siamo librati in aria con l’impaccio di inutili protezioni, rinunciando ai cieli più alti tanto desiderati e per i quali, con fatica, ci eravamo staccati da terra.
E la beffa.
La beffa di portarsi dietro l’errata convinzione di essere fortezze inespugnabili, inconsapevoli di aver lasciato esposte al tiro nemico le nostre parti più vulnerabili.
Ancora una volta, forse per l’ultima volta.
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