Dott. Google

Foglietti, appunti, stampe: sempre più spesso i pazienti arrivano dal medico dopo aver compiuto un’estesa ricerca su Google relativa ai propri sintomi o disturbi e con la diagnosi praticamente già fatta (o almeno con 4-5 possibilità, solitamente infauste).

Il pensiero del medico, in questi casi, è qualcosa del tipo “Adesso dovrò faticare il doppio: prima per convincerlo che le ipotesi che ha messo insieme sono prive di fondamento, poi per spiegarli la reale causa dei suoi sintomi. Si fiderà di me?”.

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La rete abbonda di informazioni e notizie relative alla salute, con affidabilità e qualità molto variabili, e sempre più persone la utilizzano e la utilizzeranno come sorgente. In effetti la rete abbonda di qualsiasi tipo di informazione – costituendo una enorme conoscenza condivisa; ci si può improvvisare competenti in molti campi, quando in realtà – e se va bene – ognuno di noi è realmente esperto in una o pochissime cose.  Quando si coglie questa incredibile opportunità, occorre essere consapevoli di ciò che stiamo facendo, dei nostri limiti e – se ci troviamo a fruire dei contenuti generati da persone nella nostra situazione – di quelli che potrebbero essere i limiti degli altri utenti.

Ma se un medico, grazie a Google, può diventare un novello astronomo, per le possibilità offerte dalla conoscenza condivisa un astronomo può diventare un medico.

I medici devono adattarsi a questa nuova e crescente realtà in modo responsabile: essendo un processo inevitabile quello che si può fare è, ad esempio, consigliare ed accompagnare i pazienti verso siti autorevoli e con informazioni sicure ed aggiornate. Oppure rendersi più presenti e visibili sulla rete fornendo in prima persona le informazioni richieste, curando il dialogo. In fondo la necessità di una risposta rapida è un processo normale in condizioni di stress, quali la comparsa di un sintomo o una malattia. E il Dott. Google è sempre disponibile, ventiquattro ore su ventiquattro.

I pazienti, d’altro canto, devono rendersi conto che il proprio medico non è una versione più lenta e fallace di Google, nella quale inserire i sintomi uno ad uno per poi ottenere una serie di risposte. Il medico non è nemmeno tenuto a confermare necessariamente una delle diagnosi che il paziente si è attribuito, nè può essere definito un incompetente solo perchè non conosce quella nuova cura sperimentale, dal nome impronunciabile con lettere e numeri, che stanno testando sulle scimmie negli USA. In medicina spesso e volentieri 1 + 1 non fa 2, ed il fatto che i computer seguano pedissequamente certe regole, in questo caso, è un grosso svantaggio: assomigliando molto di più ad un’arte che ad una scienza esatta conviene, per il momento, lasciare la parola finale al camice bianco. Per il futuro si vedrà.


 

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